Il dermatologo e l’errore perfetto

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Specialista in Dermatologia e Venereologia

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3-0 il risultato finale dell’ultima partita del campionato Amatori di calcio, che aveva sancito il primato in classifica. Una vittoria vissuta negli spogliatoi con cori e salti di gioia, proprio come i festeggiamenti dei professionisti del pallone.

E fu proprio in quel momento tra i vapori della doccia che un calciatore chiese al medico, che insieme a lui giocava nella stessa squadra, un parere su un macchia rossa, localizzata sulla coscia ancora bianca perché ricoperta di schiuma. «Cosa ne pensi? Ti avrei chiamato nei prossimi giorni per un appuntamento in studio…»

Una scena già vista, ambientazione differente ma stessa finalità: chiedere il parere su una macchia della pelle all’amico dermatologo incontrato per strada, sulle scale di casa, in spiaggia, al supermercato… «E’ una dermatite o un fungo?»

«Niente di preoccupante, sarà un angioma e lo possiamo eliminare con il laser!» Immediata la risposta dopo un semplice e fugace colpo d’occhio. Parole di circostanza spogliate della professione del medico, parole con una potenza rassicuratrice enorme nei confronti della persona.

Anni di specialità annullati e cancellati in un attimo come il segno del gesso dalla lavagna per colpa di quella frase da quattro amici al bar, pronunciata al posto di: «ti invito a passare in studio per un’attenta valutazione clinica.»

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Passata l’euforia generale, il medico, di ritorno a casa, ripensò a quanto aveva detto e ricordò l’insegnamento del suo maestro che durante la formazione in dermatologia, un giorno gli disse che tre sono gli atteggiamenti che possono indurre in errore il dermatologo:

  1. la superficialità
  2. la mancanza di tempo
  3. la voglia di stupire

Tre singole condizioni che combinate insieme nella diagnosi azzardata sotto la doccia avevano creato l’errore perfetto: la leggerezza con cui aveva prestato attenzione al problema, l’omessa visita all’amico, liquidato in pochi minuti senza un’attenta valutazione clinica e infine, ciliegina sulla torta, la proposta di un trattamento medico senza che fosse formulata la corretta diagnosi. Un vero autogoal alla professione del dermatologo.

Il giorno successivo chiamò l’amico per un consulto in studio, raccolse l’anamnesi, chiedendo da quanto tempo era comparsa la lesione, come si era evoluta e se aveva applicato farmaci. La osservò con la lente d’ingrandimento e in epiluminescenza per visionare le strutture interne delle lesione che alla palpazione si presentava simile ad una placca, di consistenza dura, infiltrante i tessuti sottostanti della cute.

L’osservazione clinica e strumentale non fu sufficiente a formulare la diagnosi ma solo un sospetto da indagare ulteriormente eseguendo una biopsia cutanea per una valutazione istologica, l’osservazione al microscopio ottico da parte dell’anatomopatologo delle strutture cellulari che caratterizzavano la strana neoformazione del compagno.

Il referto era chiaro, inequivocabile e deponeva per una rara malattia: una variante del linfoma cutaneo, un tumore cutaneo, responso che come il fischio finale dell’arbitro dichiarava concluso l’iter diagnostico.

Una diagnosi sospettata in parte solo dopo la visita in studio e confermata dopo le indagini strumentali, che ora l’intervento chirurgico in anestesia locale e la radioterapia avrebbero permesso al compagno di vincere anche la partita della vita.

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