Il 3-4% della popolazione nel mondo è affetto da psoriasi, una malattia definita infiammatoria, cronica, recidivante e immunomediata che oltre alle manifestazioni cutanee, a quelle degli annessi e raramente delle mucose in circa il 6-30% dei casi può interessare le articolazioni, le inserzioni tendinee, quelle legamentose e le ossa.

La psoriasi è una malattia complessa caratterizzata da un polimorfismo clinico cutaneo, da una patogenesi multifattoriale e da un’alterazione del sistema immunologico e delle citochine che fanno rientrare la malattia nel gruppo delle IMIDs – immuno-mediated inflammatory diseases – cui appartengono anche il morbo di Crohn, l’artrite reumatoide, il diabete mellito di tipo 1, il lupus eritematoso sistemico, la sclerosi multipla, la spondilite anchilosante e l’uveite.

Già nell’antichità quando le malattie maggiormente osservate erano quelle dermatologiche, sebbene le diverse condizioni cliniche come quelle infettive e contagiose non venissero chiaramente distinte tra loro, si tentò di descriverle e secondo alcuni autori segnalazioni riguardanti la psoriasi comparirebbero in alcuni papiri egiziani e in diversi libri dell’Antico Testamento. Una delle piaghe dell’Egitto o di Giobbe oppure le antiche prescrizioni comportamentali per alcune malattie della pelle riportate nel Levitico presentano similitudini con l’attuale definizione di psoriasi.

La psoriasi potrebbe essere stata descritta anche da Ippocrate (460-379 a.C.) nella sua trattazione sulle malattie desquamative, mentre il termine «psora» fu usato per la prima volta da Claudio Galeno (129-199 d.C.).

Quello che è certo che fin da allora i pazienti affetti da psoriasi venivano isolati e addirittura nel Medioevo perseguitati oppure messi al rogo perché si pensava che la malattia fosse contagiosa. La confusione continuò fino alla metà dell’800, quando il dermatologo austriaco Ferdinand Ritter von Hebra, fondatore della Nuova Scuola Viennese di Dermatologia, che divenne il punto di riferimento della Dermatologia moderna, descrisse chiaramente e distinse varie malattie nel suo lavoro principale Atlas der Hautkrankeiten.

A tutt’oggi, sebbene i roghi sembrino confinati solo ai libri di storia, il paziente affetto da psoriasi rischia di vivere la stessa diffidenza e indifferenza quotidiana esattamente come nel Medioevo. La psoriasi non è una malattia mortale ma possono esserlo i suoi effetti. Diversi lavori in letteratura segnalano che la malattia può essere causa di bassa autostima, depressione, rischio di obesità, dipendenza da alcol fino ad aumentare il rischio di suicidio. Il disagio psicologico è amplificato quando si verificano episodi di repulsione sociale, lavorativa ed affettiva.

Il 29 ottobre è la giornata mondiale della psoriasi che vede coinvolte 50 nazioni in tutto il mondo con l’intento di sostenere e diffondere l’informazione su una malattia che interessa circa 130 milioni di persone.

La psoriasi oltre ad essere una patologia cronica e in alcuni casi invalidante può associarsi ad altre manifestazioni sistemiche, comprese quelle dismetaboliche quali il diabete mellito e quelle psicologiche di tipo ansioso e depressivo. Pertanto, accanto alle tradizionali e consolidate terapie e a quelle attuali dei farmaci biologici e a quelle future (MicroRNAs?), finalizzate alla cura della malattia, è fondamentale un approccio rivolto alla centralità della persona.

Se oggi sappiamo che il 50% dei malati di psoriasi può avere una remissione della malattia e che questa nel 40% dei casi è completa, già da domani nel 100% dei casi ci deve essere da parte di tutti la consapevolezza e la volontà intellettuale di correggere alcuni comportamenti socialiche hanno radici solo nella disinformazione.

Dopo la caccia alla streghe sarebbe appagante se il 29 ottobre fosse ricordato nelle pagine dei libri di storia come la presa di coscienza della società civile sui pregiudizi ingiustificati del passato.

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